After Midnight: Joyful Revue celebra un capitolo epocale nella storia dei neri – spettacolo24
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★★★★☆ The Paper Mill Playhouse stupisce con un revival di prim’ordine del candidato al Tony 2014 di Broadway come miglior musical

Si dice spesso che le idee più semplici siano le migliori e sicuramente è così Dopo la mezzanotte, una rivista musicale e di danza concepita più di dieci anni fa da Jack Viertel per celebrare il Rinascimento di Harlem degli anni ’20 e ’30. All’epoca era un’opera ispirata a Broadway e lo è ancora oggi alla Paper Mill Playhouse, anche se un po’ ridimensionata.
La produzione originale del 2013 presentava una band di 17 elementi assemblata dal grande jazz Wynton Marsalis. La produzione Paper Mill presenta 7 musicisti altrettanto virtuosi guidati dal dinamico direttore musicale Sean Mayes che si rivela essere lui stesso uno showman di talento. E complimenti a Tara Rubin Casting per aver ideato una compagnia di triple minacce di dinamite. Ognuno dei dieci artisti è eccezionale. Proprio quando pensi di aver visto la portata del loro talento, finiscono per fare qualcosa che ti lascia senza parole.
Prendiamo ad esempio il destino Rea. Per la maggior parte dello spettacolo, la vediamo cantare e ballare divinamente, ma poi, verso la fine, si presenta con un abito morto in cima a un piedistallo, apre la bocca e ne escono i toni operistici più cristallini mentre vocalizza sensualmente Duke “Creole Love Call” di Ellington.
Lo spettacolo inizia con James T. Lane che richiama Langston Hughes – il poeta laureato dell’epoca – recitando le parole: “Il battito del cuore di Harlem era un battito di tamburi dopo mezzanotte”. E poi, sulle note di “Daybreak Express”, si apre una scena di strada con vignette vibranti e coreografate che raffigurano la società di Harlem fuori dal Cotton Club intorno al 1932.
Continua con uno stuolo di classici di grandi cantautori come Dorothy Fields e Harold Arlen. Tra questi: “I Can’t Give You Anything But Love” e “Stormy Weather”, cantate magnificamente da Angela Birchett. Successivamente viene raggiunta da altri tre, diffondendo in modo contagioso il famoso “Zaz Zuh Zaz” di Cab Calloway.
Con un sacco di sfacciataggine e spezie, un altro momento clou della serata è Awa Sal Secka che canta le interpretazioni comiche di “Go Back to Where You Stayed Last Night” di Ethel Waters e il brano blues ammonitore di Sippie Wallace, “Women Be Wise”.
Un enorme ringraziamento ai co-direttori Dominique Kelley e Jen Bender per aver infuso nella produzione una fluida autenticità. Tra le orchestrazioni d’epoca e l’aderenza allo stilismo anni ’30, il pubblico sperimenta un’esaltante sensazione di “tu sei lì”. E questo è particolarmente vero per la coreografia diretta da Kelley, che sembra estrarre i suoi ballerini da una macchina del tempo mentre li vediamo muoversi in quella fusione distintiva di movimenti del corpo europei e africani.
Ci vengono presentati per la prima volta Stanley Martin e Harris Matthew, che suonano con esuberanza “Happy As the Day is Long”. I due sono magistrali durante tutto lo spettacolo esibendo la loro versatilità come ballerini, cantanti e comici di prim’ordine.
Menzione speciale al capitano di ballo Sasha Hutchings che mostra molta personalità mentre anche lei si esibisce con un abbandono disciplinato, sembrando senza sforzo possedere il palco mentre spazza letteralmente via il blues. Insieme a Stanley, Harris e altri due fantastici ballerini – Aramie Payton e Anthony Wayne – formano un bel quintetto che canta e balla “Diga Diga Doo”.
I membri della band sono delle star a pieno titolo. La trombettista Jackie Coleman apre lo spettacolo con un assolo lamentoso, e più tardi stupisce di nuovo, accompagnando Birchett in “I Can’t Give You Anything But Love”.
L’orchestra esegue due brani strumentali con straordinario talento. Particolarmente emozionante è la loro interpretazione dell’irresistibile standard di Duke Ellington “East St. Louis Toodle-oo”.
Menzione speciale alla costumista Azalea Fairley che comprende in modo impressionante l’arte della forma e della funzione. Veste l’azienda con stili che lusingano e si muovono liberamente, anche i più sinuosi.
Lo spettacolo di 90 minuti si chiude con un gran finale. Tutti in abiti bianchi formali si uniscono in un trio di gemme di Duke Ellington: “It Don’t Mean a Thing”, “Cotton Club Stomp” e “Rockin’ in Rhythm”. E anche prima della chiamata del sipario, a ciascuno degli artisti viene generosamente rivolto un saluto solista. Tutto finisce con la band che ci introduce con “Take the A Train” di Billy Strayhorn, lasciando il pubblico ad esultare e desiderare di più.
Mi congratulo con i produttori di Paper Mill che hanno scelto questo spettacolo per aprire il Black History Month perché è un tributo sensazionale ai grandi artisti dell’epoca ma è anche un piacere unificante per il pubblico, qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno, soprattutto ora, un intero secolo dopo, come il razzismo in questo paese continua a separarci.
After Midnight è stato inaugurato il 4 febbraio 2024 alla Paper Mill Playhouse (Millburn, NJ) e durerà fino al 25 febbraio. Biglietti e informazioni: cartiera.org
