L'uomo che paga l'affitto - New York Theater

L’uomo che paga l’affitto – New York Theater – spettacolo24

Fu “Macbeth” ad attrarre Judi Dench a teatro, dopo aver sentito suo fratello maggiore recitare la battuta della pièce in una produzione scolastica: “Che diavolo di uomo è quello?” e pensò: “Mio Dio, bestemmia! Se questo è Shakespeare, è per me”.

Quell’atteggiamento sfacciato è persistito per tutta la sua carriera come una delle più grandi attrici viventi della Gran Bretagna, a giudicare da “Shakespeare: L’uomo che paga l’affitto” (St. Martin’s Press, 391 pagine.) Il titolo è una battuta interna che condivideva con il suo defunto marito, Michael Williams, quando entrambi erano membri della Royal Shakespeare Company. Ma c’è una riverenza per il Bardo, così come una competenza quasi impareggiabile nel suo lavoro, che si manifesta in queste vivaci conversazioni tra Dame Judith e il suo amico di lunga data, l’attore e regista Brendan O’Hea, condotte nell’arco di quattro anni e originariamente pensate come registrazioni per l’archivio del Globe Theatre.

È un libro insolito e delizioso, una specie di ibrido tra memorie, analisi critica, solido lavoro di riferimento, manuale di recitazione e una raccolta casuale di arguzia e saggezza di una donna intelligente con un senso dell’umorismo asciutto e scurrile. (“Tit, Bot and the Fs” è il modo in cui si riferisce ai personaggi di “Sogno di una notte di mezza estate”, aggiungendo “Non credo che sia nel Folio”). Include persino alcuni dei suoi schizzi ad acquerello dei personaggi di Shakespeare (si dice che abbia una memoria fotografica delle scenografie e dei costumi di ogni produzione in cui ha recitato). Il libro ci porta attraverso sei decenni di ruoli shakespeariani di Dame Judith, dal suo primo ingaggio professionale come Ofelia in “Amleto” all’età di 22 anni nel 1957 (“Ero terrorizzata. Assolutamente pietrificata”) a Paulina in “Il racconto d’inverno all’età di 81 anni nel 2015. (“Non ho finito di imparare”)

In ognuno dei singoli capitoli dedicati a venti opere di Shakespeare, O’Hea e Dench ci accompagnano attraverso i punti salienti della trama, selezionando una linea di dialogo scelta, con Dench che analizza i personaggi che la pronunciano, spiegando cosa Shakespeare riesce a realizzare con essa, sottolineando l’intelligenza del suo linguaggio, ricordando come un regista ha lavorato con lei su di essa (da Peter Brook e Peter Hall a Kenneth Branagh) e, il più delle volte, offrendo un aneddoto o una battuta umoristica ad essa collegata. Intercalati ai capitoli sulle opere, ce ne sono altri più generali, sui suoi ricordi della vita a Stratford-Upon-Avon e sul suo punto di vista su argomenti come (per citare alcuni titoli di capitoli) Fallimento, Prove, Critici, Il linguaggio di Shakespeare, Pubblico.

“Recitare è una conversazione a tre tra te, gli altri attori e il pubblico.”

“Non esiste un modo giusto di mettere in scena Shakespeare. Ed è per questo che le opere teatrali vengono ancora messe in scena.”

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *